Voleva essere un grande mago

di Tatiana Stefanini

L’ho osservato piano, con tutta la dolcezza di cui sono stata capace.
È talmente calibrato, nel ritmo, nella coreografia, nella scaletta, questo spettacolo, da lasciare senza parole o da dover ripetere all’ infinito quelle di apprezzamento e stupore già dette da chiunque.
Così, ieri sera, ho concentrato l’attenzione sull’uomo e la sua nuca grigia, con la presunzione di poter carpire un battito del suo cuore, in mezzo al fragore della perfezione di questa macchina spettacolare che è “Al Centro”.
C’è voluto un poco, ma in fine l’ho scorto.
O quanto meno ne ho l’illusione.
L’ho scovato in quell’incedere misurato, quasi grave, di quella sagoma bianca e nera che ha camminato senza sosta sui quattro lati del palco, fino a farlo sembrare tondo, per 3 ore e 10 minuti , senza un istante di sosta.
Quasi marziale, nel porgere quelle sue canzoni che non son più sue da tanto, ma sono diventate della gente. D’altra parte quella è l’unica loro autentica funzione. “Coriandoli d’infinito”, “un’arte minore”, l’unica che senza pretese, in un istante sa riportarti ad un preciso momento della tua vita e ti fa rivivere un’emozione con gli stessi colori di allora.
E lo vedi che pensa che il passerotto non è più cosa per questa sua età e che certi temi andavano bene per quel Claudio lontano, un po’ cialtrone, bravo ragazzo, figlio della semplicità contadina. Quello di adesso, invece, è un uomo scafato, difficile da sorprendere, elegantemente distante dalle quisquiglie dei patemi d’animo, alla costante ricerca di una sua ulteriore dimensione. Oramai ha fatto tutto, dimostrato tutto ed anche oltre. Al mondo e persino a Silvia e Riccardo!
Che gli resta da fare ?
Molto. Quello sguardo paterno verso i ragazzi del corpo di ballo, quell’attenzione nell’azionare la spinta alla corda del funambolo su Note di Notte e quel farsi da parte sino a sparire mentre il pubblico osanna l’acrobata. In quel momento vorrebbe andarsene alla chetichella da quel palco, così come c’era arrivato un giorno da ragazzo di 50 anni fa. E riparte a camminare. Piano. Senza sosta. Come se sulle spalle, lo portasse tutto il peso della sua musica leggera. Come se non potesse fuggire via da un destino datogli in sorte. Non spreca un respiro, un gesto. Tutto deve bastare per arrivare alla fine.
Il suo volto, in certe espressioni, è come una maschera di dolore ineluttabile. Quegli occhi imperfetti che socchiude rassegnato, alzando poi il sopracciglio destro in un ” nonèniente!” . E riparte. Alza le braccia piano, in gesti studiati in anni di lezioni. Nessun respiro va sprecato, che costa fatica ai polmoni e sa benissimo come e quando chiedere qualcosa al suo pubblico. Basta un cenno e quel pubblico gli risponde. Voleva essere un grande mago, incantare le ragazze ed i serpenti e pare ce l’abbia fatta.

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